Neri Pozza: I colibrì
Storia di un'altra Firenze. Viaggio controcorrente in 25 tappe
Daniela Cavini
Libro: Copertina morbida
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 240
Firenze, città feticcio, strapazzata dall'imperativo turistico, assediata da mandrie di auricolari. Nata e cresciuta all'ombra del Duomo, l'autrice lascia la polis costruita dagli avi per vivere fra guerre e campi profughi come addetta stampa della Commissione Europea. È a Sarajevo mentre la Nato bombarda la Serbia, a Belgrado quando la rivoluzione abbatte Milosevic, a Beirut mentre Israele cannoneggia il Libano e a Damasco ad accogliere i rifugiati iracheni. Ma quando nascono due gemelli, decide di lasciare l'ultima tappa del suo peregrinare - Amman - e di tornare a casa. Qui quasi casualmente si trova a incontrare per la prima volta il passato della sua città. Uno sguardo maturato da anni di macerie, avido di riparazione, si pone in modo nuovo rispetto alle pietre fra cui era venuto al mondo. È un incontro che non smette più di accadere. Inizia la ricerca smaniosa di luoghi e informazioni, di visite guidate, letture, studi notturni: ogni angolo custodisce un racconto, ogni manufatto porge un segreto. Il vecchio territorio prende lentamente una forma nuova. Risalendo alle origini, collegando i significati, la giornalista si addentra in una città quasi "accessoria": non sono i capolavori assoluti ad attirarla, ma i luoghi secondari, quelli senza fila all'ingresso, quelli tenuti aperti poche ore al giorno, o pochi giorni al mese, magari da volontari. È una trama corale, la storia di un'altra Firenze, un intreccio che unisce tanti punti minori, smarriti all'ombra di idoli ingombranti, eppure parte dello stesso tessuto, di un patrimonio stratificato dal tempo, impreziosito dall'arte, costruito pezzo per pezzo, strada per strada. Venticinque siti restituiti dalle origini ad oggi, un ordito a scacchiera che parte dalle gualchiere di Remole - opificio medioevale dove la forza del fiume è sfruttata per convertire la lana in tessuto pregiato - e finisce a Villa Salviati, sede dell'archivio storico dell'Unione Europea. In mezzo ci sono oratòri preziosi tenuti in vita dalla testardaggine di preti ribelli, antiche scuole custodi della storia della scienza, parchi botanici unici al mondo, cenacoli dove una tavolata fra amici soppianta la Crocifissione, corridoi soprelevati per nascondere l'infermità dei potenti, chiostri che uccidono il Rinascimento. Uno slalom fra arte e storia, scienza e economia. Ma soprattutto un racconto di uomini, il cui lavoro continua a riscattare nei secoli l'insita barbarie vincolata alla specie umana.
Scandalo Italia. Corruzione, trasformismo, populismo:1870-1900
Pierangelo Sapegno
Libro: Copertina morbida
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 240
L'Italia di oggi nasce il 20 settembre 1870, quando Roma diventa la capitale del nuovo regno, e i primi trent'anni di vita nazionale sono già lo specchio di ciò che siamo diventati: dal trasformismo in politica alla corruzione generalizzata, dalla compravendita dei voti parlamentari al populismo che rischia di sfociare in qualcosa di peggio, dalla malavita organizzata in strutture mafiose alle malversazioni ai danni dello stato e del cittadino. Persino le «trame nere» e quelle «rosse». Sembra incredibile, ma per quanto ci si sforzi non si riesce a trovare una sola «triste novità» del nostro tempo che non fondi le sue radici nelle cattive abitudini acquisite allora: depistaggi, ingiustizie nei tribunali, processi mediatici... Anche i personaggi sembrano sempre gli stessi: le vittime abbandonate dallo Stato, gli eroi neri della cronaca, i radical chic dei salotti. La verità è che non siamo mai cambiati e non abbiamo imparato nulla dagli errori e dalle bestialità commesse in passato. Dunque era davvero tutto già scritto? Perché non siamo stati capaci di crescere e di acquisire una diversa coscienza civile? Perché abbiamo perseverato nei nostri «peccati»? C'è una ragione che può giustificare tutto questo? Poteva andare diversamente? Se la Storia non si ripete mai, perché proprio in Italia è rimasta cristallizzata? Un giornalista conduce un'inchiesta serrata per cercare una risposta a tutte queste domande.
La condizione anarchica
Frédéric Lordon
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 224
La condizione anarchica, il tema proprio di queste pagine, non ha nulla a che vedere con l’anarchismo, il movimento politico che si prefigge un mondo senza potere e dominio. L’«anarchia», di cui qui si tratta, indica infatti una mancanza più radicale: la mancanza di ogni archè, principio primo, origine, fondamento su cui basare non soltanto ogni autorità e comando, ma ogni sistema di valori in quanto tale. La condizione anarchica mostra, insomma, che non vi è alcun fondamento di verità assoluta, alcun ancoraggio oggettivo non soltanto alle pretese di dominio che caratterizzano il mondo politico, ma persino ai nostri giudizi e alle nostre decisioni. Decidiamo e formuliamo costantemente giudizi, ma non «nelle condizioni di sicurezza assiologica che presumiamo», con il risultato che viviamo in base a valori, ma precipitiamo nell’incertezza se chiamati a indicare il valore dei valori. Come può, tuttavia, sussistere una società priva del valore dei valori? Rispondere a questa domanda è il compito proprio dell’assiologia critica sviluppata in questo libro. Per farlo, Lordon conduce il lettore nel cuore di una delle più affascinanti avventure del pensiero: la riflessione condotta da Spinoza sulla natura degli affetti e sulla ragione come condotta di vita. Alla luce della filosofia di Spinoza, ciò che regge i giudizi e i valori, quando essi non possono più reggersi su un fondamento assoluto, sono gli affetti, le formazioni passionali collettive. Formazioni passionali che impongono una razionalità della condotta di vita che si affidi alle norme della potenza e del depotenziamento, anziché a un principio primo che distribuisca le ragioni del bene e del male, categorie che, secondo una delle più “scandalose” affermazioni di Spinoza, non indicano alcunché di positivo «nelle cose in sè considerate».
I rivoluzionari marginalisti. Come gli economisti austriaci vinsero la Battaglia delle idee
Yanek Wasserman
Libro: Copertina morbida
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 338
Nell'epoca fra le due guerre, emerge a Vienna una nuova generazione di economisti che trasforma le teorie marginaliste di Carl Menger, e di altri studiosi della seconda metà dell'Ottocento, in una visione generale della società e dell'agire umano. Marginalisti rivoluzionari, Ludwig von Mises, Joseph Schumpeter, Hans Mayer e poi Friedrich von Hayek, Gottfried Haberler e Oskar Morgenstern propugnano un "neoliberalismo" radicale in aperto conflitto con ogni ipotesi collettivista e socialista. Negli anni Trenta, emigrano in gran numero da un'Europa in balia del fascismo e, a partire da allora, nelle patrie di adozione, diventano rispettati teorici politici ed esperti di politica economica. Dopo la Seconda guerra mondiale alimentano importanti think thank, la rand Corporation, la Mont Pelerin Society, il Gruppo dei Trenta e, negli anni Settanta, capeggiano il contrattacco conservatore all'economia keynesiana, aprendo le porte alla «fede nella globalizzazione, nei liberi mercati, nello Stato di diritto, nell'imprenditorialità e nel neoliberalismo che caratterizza la nostra epoca». Il successo è tale che le idee austriache, di Hayek e di Mises in particolare, raggiungono non soltanto i fautori di un libertarismo estremo, ma anche - ed è uno di quegli eclatanti paradossi che la Storia spesso riserva - i gruppi populisti radicali. Come un piccolo collettivo di studiosi dell'alta borghesia centroeuropea abbia esercitato un potere simbolico simile, vincendo la battaglia delle idee non soltanto per il governo dell'economia, ma della società in generale, è l'argomento di questo libro, che costituisce «la prima storia intellettuale critica della Scuola austriaca dalle origini ai giorni nostri». Una storia che parte dalla Vienna fin-de-siècle, con la sua vivace cultura dei caffè per far emergere il quadro di un collettivo che aveva assunto a regola di vita il motto di Hayek: «Nessuno può essere un grande economista, se è solo un economista».
Confini. Storia e segreti delle nostre frontiere
Mauro Suttora
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 208
Perché il confine italo-svizzero sta proprio a Chiasso, e non dieci chilometri più a nord o a sud? E come mai le nostre frontiere con Francia e Slovenia sono situate a Ventimiglia e Gorizia, e non cinque chilometri più a est o a ovest? In un’epoca di rinati nazionalismi, i confini tornano d’attualità. Erano spariti con l’Europa unita e il trattato di Schengen: dopo il Duemila niente più dogane, documenti, file d’auto ai valichi. Ma sono riapparsi con il coronavirus e i controlli sui migranti. Così abbiamo dovuto riscoprire i limiti terrestri della nostra penisola. Che coincidono con le Alpi, ci hanno insegnato. Ma non sempre. Sono molti infatti gli spartiacque non rispettati: la pipì fatta dagli abitanti di Livigno (Sondrio), San Candido (Bolzano) o Tarvisio (Udine) finisce nel mar Nero, passando per il Danubio. E in Lombardia una valle non appartiene al bacino del Po, ma a quello del Reno. Anche le frontiere linguistiche, oltre a quelle geografiche,sono labili. I valdostani parlano francese, i sudtirolesi tedesco, inglobiamo centomila sloveni fra Cividale e Trieste. E oltre confine 350.000 svizzeri ticinesi conservano la madrelingua italiana dopo la separazione del 1515. Sapevate che l’attuale frontiera di Ventimiglia fu decisa da un prefetto napoleonico nel 1808? O che la sventurata Gorizia, record mondiale, ha cambiato padrone sette volte in trent’anni, dal 1916 al 1947? Questo libro traccia mappe geografiche, ma anche mentali. E svela qualche segreto: De Gaulle, per esempio, nel 1945 voleva annettere l’intera Val d’Aosta. Contro di lui, incredibilmente, si allearono partigiani e fascisti italiani. Insomma, innumerevoli sono le vicissitudini dei nostri confini: dal Frejus alla val d’Ossola, dalla Valtellina al Brennero, da Cortina al Carso. Fra storia, geografia, cultura, politica. E perfino qualche suggerimento turistico ed enogastronomico.
Il naufrago e il dominatore. Vita politica di Napoleone Bonaparte
Antonino De Francesco
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 192
Il mito di Napoleone è nato con le straordinarie vittorie in Italia. Il generale seppe sapientemente orchestrarlo per legittimare il colpo di stato che segnò la sua ascesa da primo console della Repubblica fino all’incoronazione a imperatore dei francesi e a re d’Italia. Da allora, memorie e resoconti di dubbia affidabilità hanno alimentato la leggenda, oscurando la sua autentica vicenda umana e politica nel quadro della stagione rivoluzionaria. Scoprire come realmente il giovane e controverso ufficiale venuto dalla Corsica sia diventato il Napoleone dei francesi non è, però, meno affascinante di molta storia costruita ad arte. È quanto accade in queste pagine che riportano al centro della sua biografia la complessità dei fattori che lo guidavano (e condizionavano) nelle sue scelte, innanzitutto lo stato di continua tensione interiore fra poli diversi, talvolta anche opposti, che lo indussero spesso a soluzioni contraddittorie. In Bonaparte convissero, da un lato, l’ardente patriota corso votato all’indipendenza dell’isola, il fervente sostenitore dei valori dei Lumi, della Rivoluzione e della Repubblica, il riformatore, padre dell’identità della Francia moderna, il politico all’ossessiva ricerca della legittimazione tramite il consenso popolare e della conciliazione delle esigenze di tutte le parti sociali; dall’altro lato, il rappresentante della piccola nobiltà di provincia ossequiosamente legato ai capisaldi d’antico regime (la famiglia, l’aristocrazia), lo spregiudicato uomo d’armi disposto a ricorrere alla forza per sconfiggere gli avversari, non solo militari (come l’acerrima nemica Inghilterra), ma anche politici (quale il duca d’Enghien), il conquistatore che non esitava a condurre guerre coloniali contro popoli ritenuti barbari e inferiori, nonché il fondatore di una dinastia imperiale, quando i tempi sembravano suggerire un altro indirizzo al corso della storia. La parabola di Napoleone, così ripercorsa, invita il lettore a riflettere su temi di grande attualità, come le radici profonde dell’identità europea, l’influenza sulla società della propaganda e di un’oculata gestione dell’immagine pubblica da parte dei leader politici, i meccanismi e le distorsioni di un ideale rapporto diretto fra una guida carismatica e il proprio popolo.
Storia della solitudine. Da Aristotele ai social network
Aurelio Musi
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 176
«O beata solitudo, o sola beatitudo!»: un poeta del XVI secolo esalta con questo verso il silenzio e l’isolamento di chi è in grado di mettere le ali e volare verso la solitudine: un ideale paradiso in terra. Ma la vita solitaria può essere anche una maledetta condizione negativa, anticamera della malinconia, della depressione, della follia: un inferno in terra. È un castigo degli dèi per il Prometeo di Eschilo, castigo ancor più doloroso per chi ha fatto dell’amichevole socievolezza umana la sua ragione di vita. Eroi granitici, ma destinati alla solitudine, sono quelli di Sofocle. Le tragedie di Euripide segnano poi il passaggio dalla solitudine dell’eroe alla solitudine della donna e dell’uomo. Anche la Roma antica parla ancora a noi contemporanei con i suoi personaggi storici e mitologici. Cicerone fugge dalla corruzione della politica, Seneca esalta la solitudine interiore, ma per Orazio e Tibullo essa significa spesso depressione, nevrosi, angoscia. Il Narciso delle Metamorfosi di Ovidio rappresenta la solitudine come smisurata passione di sè. La dialettica della solitudine fra il positivo e il negativo, tra il suo profilo fisiologico e quello patologico, beata e maledetta insieme, è alle radici dell’Occidente. Questo libro ne ripercorre la storia, dalle sue rappresentazioni nell’Antichità alla società di massa contemporanea. Incontriamo così il viandante, il pellegrino, l’eremita, il sopravvissuto, il folle, il prigioniero, l’intellettuale che sceglie la pace e la solitudine per i suoi studi, il cavaliere solitario don Chisciotte, fino all’anoressico e al bulimico, al ludopatico, al tossicodipendente, al «lupo solitario» capace di gesti estremi.
Uccidete il re buono. Da Bava Beccaris a Gaetano Bresci
Giorgio Ferrari
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 256
Monza, domenica 29 luglio 1900, ore 20.30. La gente si accalca attorno al campo sportivo, dove si sta svolgendo un torneo a squadre. Tutti attendono il re, che sarà presente al momento della premiazione. Nessuno immagina che l’orologio della Storia stia scandendo implacabile i minuti. Umberto I ha appena finito di cenare e prende posto sulla carrozza reale. Il protocollo vorrebbe che fosse coperta, ma il re ha preteso di viaggiare senza la capote. Il caldo torrido lo ha costretto a rinunciare anche alla maglia d’acciaio che porta abitualmente sotto il gilet. Alla stessa ora, seduto al Caffè Romano di via Carlo Alberto, c’è un uomo con un revolver in tasca che ha trascorso nervosamente il pomeriggio tra un gelato e l’altro. Si chiama Gaetano Bresci, è un anarchico, ed è venuto da lontano. Anche lui sta aspettando il re. La cerimonia è terminata. Il re si alza in piedi. C’è ressa attorno a lui. L’aiutante di campo gli fa strada, la scorta che lo accompagna scruta senza troppo convincimento i volti di chi si assiepa attorno al sovrano. Bresci estrae il revolver dalla tasca della giacca e fa fuoco tre volte. Tutti i colpi vanno a segno. «Non ho ucciso un re, ho ucciso un’idea», dirà l’anarchico. Per l’Italia uscita dalle guerre risorgimentali è la fine dell’innocenza, come per l’Europa lo sarà, quattordici anni dopo, l’uccisione di un altro futuro sovrano a Sarajevo. Dietro a quel gesto, ci sono trent’anni “sbagliati” del nuovo regno: gli scandali, le mortificate ambizioni coloniali, i socialisti e i cattolici, la mancata riforma agraria. E quelle maledette cannonate fatte sparare dal generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i milanesi che chiedevano pane. Per l’Italia è l’inizio del secolo breve e maledetto. «Senza saperlo, Bresci aveva ucciso un dandy, non un re. Un suo simile, nel profondo».
Lady Montagu e il dragomanno. Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini
Maria Teresa Giaveri
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 208
«Un esperimento praticato da donne ignoranti». Così, nella Londra del 1721, viene accolta la proposta, avanzata da una dama elegantissima e intraprendente, Lady Mary Wortley Montagu, di immunizzarsi dal virus letale del vaiolo infettandosi preventivamente con una dose attenuata del morbo. Moglie dell'ambasciatore inglese a Costantinopoli, Lady Montagu ha appreso durante il soggiorno in Turchia l'esistenza di quel mezzo per sfuggire al flagello le cui ricorrenti epidemie decimano da secoli le popolazioni. Ma è una pratica bizzarra, in uso fra contadine sul confine settentrionale della Grecia; nemmeno l'avallo di due medici prestigiosi provenienti dall'Università di Padova era riuscita a farla accettare. Vuole però il caso che uno dei due medici sia anche il primo dragomanno – cioè il traduttore ufficiale – in servizio presso l'ambasciata britannica; collabora con la famiglia Montagu come interprete, come medico e anche come esperto di lingue e costumi dell'impero ottomano. Colta, curiosa e poliglotta, Lady Montagu conversa con lui in italiano, e apprende molto di più che qualche bel verso di poesia locale... E vuole il caso che anni dopo, tornata a Londra, l'ex-ambasciatrice descriva la pratica e le rassicuranti statistiche relative a quell'«esperimento» alle amiche più care, fra cui la principessa del Galles. Fiduciosa nel giudizio della cara Mary, preoccupata per i figli minacciati dall'epidemia, quest'ultima riesce a convincere il sovrano a far sperimentare il metodo e poi a farlo applicare agli eredi della famiglia reale. Comincia così, in Inghilterra e nelle colonie inglesi, poi fra imperi e staterelli europei la lunga e avvincente battaglia intorno al principio che il primo dragomanno a Costantinopoli aveva battezzato dell'«inoculazione». Illuministi francesi e inquisitori bostoniani, accademici altezzosi e oscuri medici preoccupati del bene pubblico, grandi sovrani e matematici stregati dal calcolo delle probabilità battaglieranno per decenni pro e contro un metodo di prevenzione enigmaticamente funzionale, che si tradurrà infine nella pratica della vaccinazione. Nelle pagine di questo libro, Maria Teresa Giaveri ricostruisce la storia di questa contesa come in un libro d'avventure, in cui non le peripezie di un naufrago o le temerarie imprese di una schiera armata sono al centro della narrazione, ma «le avventure di un'idea – idea bizzarra, sconvolgente, eppure salvifica».
Nel paese degli algoritmi
Aurelie Jean
Libro
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2021
pagine: 176
Che cosa sono gli algoritmi che governano la nostra vita quotidiana? Che cosa c’è dall’altra parte dell’iceberg matematico? Codici ed equazioni matematiche governano ormai profondamente la nostra vita. Il mondo digitale, cui dedichiamo larga parte del nostro tempo, opera sostanzialmente in base ad algoritmi: gli algoritmi dei siti di vendita, dei social network, quelli per la geolocalizzazione o per l’assegnazione dei posti all’università. Un semplice sguardo, poi, allo stato della ricerca tecnoscientifica contemporanea basta per rendersi conto che non vi è fenomeno fisico, economico o sociale che possa oggi sottrarsi a una modellazione numerica. L’autrice di questo libro, ad esempio, ha simulato coi suoi algoritmi la morfologia della gomma in scala nanoscopica, ha previsto l’elasticità di un tessuto cardiaco rigenerato in laboratorio, ha automatizzato la stesura di news finanziarie e simulato il funzionamento del trauma cranico. Si può perciò affermare che, se non è ancora pienamente diventata il paese degli algoritmi, la terra è destinata inevitabilmente a esserlo in un futuro molto vicino. Sappiamo, tuttavia, come vanno davvero le cose nel paese degli algoritmi? Sappiamo a quali procedure, speranze, rischi e pericoli vanno realmente incontro coloro che si avventurano in questo regno? Le pagine che seguono cercano di rispondere a queste domande, invitando i lettori a un viaggio al cuore delle equazioni matematiche e delle righe di codice. Un viaggio in cui le speranze che guidano le modellazioni numeriche traggono alimento da un antico sogno: l’idea di penetrare, attraverso la virtualizzazione dei fenomeni, i meccanismi stessi della vita. Aurélie Jean non si limita, tuttavia, a illustrare le magnifiche sorti della modellazione numerica della realtà, ne mostra anche i pericoli, anzi il sommo pericolo. Uno spettro si aggira, infatti, nel paese degli algoritmi: lo spettro dei cosiddetti «bias algoritmici», vale a dire dei pregiudizi cognitivi che caratterizzano la fragile conoscenza umana e che possono distorcere gli algoritmi sino al punto da generare discriminazioni inaccettabili. Com’è accaduto, ad esempio, ad Amazon che, nel 2018, per selezionare i curricula dei candidati più idonei a essere assunti in azienda, ha progettato un algoritmo addestrandolo sulle assunzioni degli ultimi dieci anni, in prevalenza maschili, con l’inevitabile conseguenza che l’algoritmo ha sviluppato un bias che lo ha indotto a sottostimare il valore di un profilo femminile. Eliminare alla radice i bias è, per Aurélie Jean, un compito impossibile. È, invece, possibile «comprendere il passaggio dai “nostri” bias ai bias algoritmici», aprendo la ricerca scientifica al pensiero critico e alla riflessione e capovolgendo l’antico pregiudizio che vuole i filosofi riflettere su un mondo che gli sfugge e gli scienziati costruire un mondo su cui non riflettono.
Il secolo dei dittatori
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2020
pagine: 464
A Se la dittatura è antica come la storia, il fenomeno prende una svolta importante alla fine della Prima guerra mondiale con l'avvento dei totalitarismi sovietici e fascisti, prima che la crisi del 1929 favorisca il trionfo del nazismo. Per quattro generazioni, in tutti i continenti, i regimi totalitari imperverseranno, presiedendo le guerre e gli stermini di un barbaro secolo che ha fatto progressi contro l'umanità. Il Novecento è popolato da leader spietati e crudeli. Le loro storie e le personalità sono diverse, spesso opposte, ma condividono la stessa sete di potere basata sulla banalizzazione del terrore, la stessa sfiducia nei confronti dei loro simili e il più profondo disprezzo per la vita umana e, più in generale, per qualsiasi forma di libertà. Questo libro raccoglie i ritratti di questi dittatori: siano essi famosi, sconosciuti o dimenticati; ventidue ritratti su larga scala.
Questa vita. Finitezza, socialismo e libertà
Martin Hägglund
Libro: Copertina morbida
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2020
pagine: 464
Fede e libertà ovvero, secondo le nozioni ricevute, religione e capitalismo. Il libro di Martin Hägglund muove dalla demolizione di queste due nozioni per costruire l'avventura di pensiero contenuta in questo libro. La fede in una vita eterna, che caratterizza ogni posizione religiosa, non soltanto non ha, per Hägglund, alcun senso, ma rende incomprensibile l'attività umana in quanto tale. Una vita eterna presuppone, infatti, un'esistenza che non si ferma mai, che non finisce mai. Ma un'esistenza così fatta non ha bisogno di essere sostenuta, non necessita, cioè, di alcuna attività. L'esistenza ha senso soltanto in quanto è un'esistenza esposta al pericolo di finire ed è, perciò, qualcosa di cui occorre prendersi cura perché sia, perché continui ad essere. Anche l'autodeterminazione assoluta, la religione della libertà del capitalismo, non ha alcun senso. Occorre prendersi cura della propria esistenza perché è un'esistenza delimitata in tutti i sensi, delimitata dalla sua finitezza e dal rapporto con gli altri, innanzi tutto dal passato da cui scaturisce. La libertà è, insomma, qualcosa che è sempre in questione, qualcosa che si misura sempre con la finitezza e il carattere sociale della nostra esistenza. Bisogna perciò opporre alla fede religiosa la fede secolare nella prassi umana e alla libertà del capitalismo la libertà del socialismo democratico, in cui il compito di che farne del nostro tempo è inseparabile dal rapporto col mondo e con gli altri. Passando da Heidegger a Marx, da Dante a Proust, da Keynes a Hayek, "Questa vita" avanza una reinterpretazione del marxismo e della prospettiva del socialismo democratico.

