ABE
Le due capitali ai tempi della prima crociata: Caserta consolato romano dei Loritello, Canosa principato imperiale di Boemondo
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 164
Prima due Dux, poi tanti Ducati provinciali; prima due Principi, poi tanti Principi metropolitani. E poiché i Popoli Italici non si sono fatti mancare mai niente, giunse il momento delle opposte capitali; prima come vicarie e poi a sede di due reami diversi che avviarono la lunga sequela altomedievale che porterà a quattro regni diversi sul territorio che, finalmente, nel lontano 1348, andranno a formare il Regno di Napoli e pian piano quello delle Due Sicilia. Insomma il cammino fu lungo e, negli anni trattati in questo libello, di vicende ne capitarono a bizzeffe, soltanto intorno alla fondazione di due città, ambedue chiamate Ad Novas, manco a dirlo, perché sulle Vetere, cioè nei pressi dei ruderi delle antiche urbe romane, furono fondate, Caserta e Canosa. A dire il vero, il parto per la nascita del Tricarico casertano, che sloggiò i primi Normanni capuani, fu proprio lungo, ma il Papa ebbe la meglio e i consoli caetani, di famiglia calabrese, insedietisi nelle terre salernitane degli avi di stirpe carolingia, a cominciare da Goffredo dell'Aquila, un posto a Luriano lo trovarono. Anche quando furono cacciati da Capua dal comitato di La Pelusia, fomentato dagli Altavilla di Palerno, perché divennero consoli a Teate, come ai tempi degli antichi Romani di Bubulco, e riuscirono a rifondare la Chiesa cattrolica, ripartendo da Montecassino per giungere a Caserta e nominarsi Marchioni d'Italia. Furono questi i Normanni detti Loritelli, eredi dei Capetingi, che litigarono per 150 anni con gli Altavilla, originari della Sarmazia, sebbene con molti di essi imparentati, mantenendo però le distanze, fra le bandiere dei Magnifici dell'Aquila di Puglia e quelle dei Gloriosi Altavilla di Palermo, ormai padroni di Capua. Manco a dirlo, proprio gli Altavilla litigarono in casa alla morte del Guiscardo, con Borsa che rifondò Salerno sposando la causa dei Magnifici nemici, e Boemondo che prese la via di Costantinopoli, sposando la causa dei Magni. Proprio costui, che doveva avere la peggio, appena giunto a Bizanzio, cedette alle lusinghe dei Cumneni e si alleò con Alessio, liberando l'Oriente dai Turchi e ricevendone in cambio il vessillo di S.Sofia portato direttamente dal pontifex Giovanni col potere temporale. Boemondo ebbe infatti la promessa che nella sua Canosa tornassero a risplendere gli ori bizantini fra i ruderi dell'antica «Hea» apula, trono epico di Magna Grecia, e che egli stesso divenisse principe in veste imperiale d'Oriente e d'Occidente, nel nome del rito greco e ortodosso, liberando i territori cristianizzati dagli arcivescovi e facendo tornare il rito misto, come era nei patti iniziali coi papi. Non a caso il regalo che gli fece l'Imperatore d'Oriente fu proprio l'imperio su 1/2 Romània bizantina, che egli riconquistò con le sue forze, risalendo dalla nuova Puglia, verso l'Abruzzo e il Molise, giungendo nel Ducato di Ascoli, sede della sua vicecapitale provinciale, scippandolo al papa e fondando quello che nel 1111 si chiamerà Giustizierato imperiale del Regno di Heapula di Re Tancredi. Non a caso i papi spingeranno i comitati militari dei consoli casertani dell'Aquila contro il nemico, contrapponendogli il vicetrono consolare del Regno di Gerusalemme. Chi crede che la cosiddetta Longobardia meridionale morì per un'invasione dei Normanni piovuta a casaccio si sbaglia. Questi guerrieri della stirpe degli Altavilla detti Dell'Aquila dai Francigeni, giunti dalla Sarmazia, cioè dal fiume Rama, sempre guidati da un solo dittatore, un Duce, capo del potere militare in quanto Comes dei Comes.
Marie de' Blois de Châtillon Regina, vedova e balia: Amedeo di Savoia e il trono di «Herola» di Re Luigi d'Angiò
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 162
È quasi la cronaca delle imprese di Re Luigi d'Angiò alla conquista di San Vittore, Arezzo, L'Aquila, Campobasso, «Mathelon et Herola», nei pressi di Maddaloni o di una Santa Maria della Maddalena: il trono dei Re di Puglia, essendo erede della Regina Giovanna I che lo nomina Duca di Calabria col vessillo di Dux di Santo Stefano, rilasciato dal Papa di Avignone. Nel mese di febbraio del 1381 Luigi Duca d'Angiò, zio del Re di Francia, giunse dal papa di Avignone per la riconquista del Regno di Napoli richiesta dalla deposta Regina Giovanna I. La figlia del grande Duca di Calabria, famoso conquistatore e governatore di Firenze, morto giovane, aveva perso il reame di Re Roberto d'Angiò. Esso era finito nelle mani del nipote Carlo III Durazzo, vicario del Re d'Ungheresi, subendone l'umiliazione della confisca dopo l'uccisione del fratello Andreasso Re consorte. Da allora, la Regina vedova, pur avendo recuperato soltanto la potestà sui suoi stati piemontesi e sulla signoria di Napoli, era stata privata del titolo dal pontefice romano. E così, detronizzata dal generale Carlo, detto della Pace, incoronato a Roma da Bertolmeo den Tiule alias delle Ayglas fattosi papa, l'antipapa Clemente VII accolse la sua richiesta di investire lei e il Duca d'Angiò del titolo scoperto di sovrani di Cecilia. L'angioino quindi, come primogenito della Regina Johana, ebbe il titolo di conquistatore, cioé di Dux, ovvero di Duce di Calabria, se non di Duca, in quanto da lei creato a suo erede di un reame tutto da riconquistare. Così Parvus: - En lo mes de febrier, lo dessus dich moss. lo duc dAnjou oncle de nostre senhor lo rey de Fransa venc de Fransa ad Avinhon et aqui pres de nostre senhor lo papa la conquesta del realme de Napols per madama Johanna la regina, del qual realme moss. Karles de la Pas nebot de la dicha regina se era fach coronar per lo dich Bertolmieu den Tiule alias de las Ayglas dizen se papa: e daqui avant, lo dich mossenhor lo duc se fes apelar premier nat de la dicha regina Johana e duc de Calabria.1 Con l'elezione papale di Urbano e di Clemente la Regina Giovanna di Napoli, che non poteva difendersi, scelse così Luigi d'Angiò, fratello di Re Carlo di Francia, per suo figlio adottivo, donandogli in eredità quel reame da governare dopo di lei, se lo avesse riconquistato. Fatta l'adozione, valida dopo la morte la Regina Giovanna, il Duca accettò di proteggerla per il desiderio di prendere possesso del reame, e si legò a Papa Clemente in Avignone, spiegandogli come Urbano, colui che gli aveva scippato il papato in Roma, voleva donare quello che già era il suo Regno di Sicilia a messere Carlo di Durazzo. I due strinsero così alleanza cercando di capire come rientrare chi a Roma e chi a Napoli, sui loro legittimi troni occupati da altri, affidandosi, a parere di tutti, soltanto nelle mani di Amedeo di Savoia, mandandolo a chiamare per parlare di persona in Avignone. E subito corse da Clemente che lo accolse come un figlio, spiegandogli che avrebbe voluto il seggio di Roma per vera eredità, alla stregua di Luigi, quello di Napoli. E disse: - Sappiate come la Regina Giovanna ha già fatto suo figlio adottivo ed erede del suo regno di Sicilia Loys d' Anjo nostro figlio, che è qui, e che Bartolomeo arcivescovo di Bard, che si fa chiamare Urbano Sesto, ha già investito messire Charles de Duras, detto della Pace. Le quali cose noi non vogliamo soffrire in alcun modo, ma vogliamo andare a Roma a privare lo scismatico del feudo papale, e da Roma andare a Napoli ad incoronare nostro figlio il Duca d'Angiò qui presente.
Lo scisma del 1378 con due papi e due re: Re Luigi nel Principato di Ascoli Piceno del Regno di Puglia a Caserta; Carlo III nel Principato di Taranto del Regno di Sicilia Ultra a Napoli
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 174
La grande intuizione di Bascetta prende forma, il teorema di Contea, Ducato e Principato di Puglia sito in tre luoghi diversi è ormai una realtà. Ma non solo. Vi fu anche una Contea, Ducato e Principato diverso per la Sicilia, in quanto la sede vicariale del Duceto concide con qualla di Gerusalemme che è Barletta. Sono i regni di foro Ylio, bis-Ylia e cis-Ylia: Barulo di Capua, Baruletto a Bisceglie e poi Barletta, la Sicilia che non c'entra con l'Isola che i pugliesi liberarono dai Saraceni con l'aiuto degli Altavilla, per sfuggire ai Normanni provenienti da Capua. In quest'ultimo testo è viva la corsa ai troni italici dei troiani di ogni tempo, tutta interna ai Provenzali (Del Balzo, Angioini e Tarantini), abbiamo un quadro sempre più completo sui tre fulcri del costituendo Regno intorno alla nuova Napoli, dove tutti i sovrani vollero mettere capo, per scrivere la parola fine a una conquista che durò tutto il Medioevo. L'occasione è data dal trasferimento della sede papalina dalla cattività avignonese a Roma, dove fu obbligatoria l'elezione di Urbano VI per convincere i cardinali, trattenuti con la forza, a votare un papa di patria napoletana, che potesse porre termine alle discordie feudali e affidare definitivamente ai Napoletani lo scettro di capitale e a Taranto quello di sua vicaria, cioè di unico Principato. I più tremendi baroni furono quelli della Casa del Balzo, i quali, sempre scontenti per non aver portato a termine l'investitura imperiale di Costantinopoli, si erano riversati alla conquista del Levante, pretendendo di impossessarsi del trono di Gerusalemme, in quanto già proprietari del vecchio Principato del Monte Cavoso, più o meno coincidente con il trono dell'antica Cecilia continentale, fra Bisceglie e Barletta. Ma l'ultimo Papa, prima di morire, anziché ai Del Balzo, aveva riconsegnato la titolarità del trono di Sicilia alla Regina Giovanna, scartando di fatto l'adozione di un Balzino a erede del reame, già imparentati fra l'altro con i Catalani a Palermo e padroni delle Calabrie. Per tenere la situazione del Regno della Chiesa sotto controllo, a Roma, si decise di dire basta alla cattività avignonese e fu obbligatoriamente eletto Papa Urbano VI. La cosa non piacque ai cardinali, i quali, appena liberi, fuggirono a Fondi, più che impauriti, a chiedere aiuto alla Regina, eleggendo Clemente VII per antipapa, e lasciando che da Sabaudia partisse un Comitato militare per sequestrare al Papa di Roma la Marca di Ascoli, come avvenne, quando i papalini fuggirono su Ancona e la provincia ducale tornò al proprio legittimo soglio dell'urbe di Foro Julio della Langobardia Minor, sede del vecchio «Regno Apulia» nella Civitate mariana chiamata Principato. Mancava però un Re per questo vecchio trono casertano, di rito misto ortodosso, che ogni tanto la storia tirava fuori per osteggiare le decisioni papali avverse. Per tali motivi la Regina fu subito scomunicata, avendo rifiutato di fare i del Balzo eredi del Regno di Napoli, subendo la rivolta dei parenti Catalani in Calabria, della vicaria pugliese di Teano e di quella napoletana di Taranto, riuscendo però a liberare la vicaria ducale del Sasso Cavoso di Matera, grazie ai Sanseverino, scongiurando così la caduta del trono di Sicilia, appoggiato dall'antipapa. Clemente riprese così la strada di Avignone e lo scisma divenne un fatto acclarato, sollevandosi perfino Firenze e Pisa per opera dei Ciompi.
Summonte viaggio nelle storie: il borgo della torre angioina. Volume Vol. 1
Pasquale Giuditta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 140
Occorre andarci a Summonte per rendersi conto del perché gli Angioini decisero di costruire, proprio lì, la più bella torre di tutto il Principato di Benevento... Doveva essere unica quella torre, come unica è la posizione di Summonte: luogo di fascino che domina un territorio di grande bellezza. Vabbè, il massimo sarebbe arrivarci come è accaduto al sottoscritto, cioè essere accolto dal sindaco che ti accompagna a visitarla Summonte. Stimo i sindaci, poiché riconosco in loro la sublime arte della Polis… l'arte del governo. Niente propaganda, i sindaci non possono perdere tempo in ideologie e vanità; loro stanno in trincea, debbono confrontarsi quotidianamente con i bisogni e i desideri dei cittadini. Devono sgobbare i sindaci. Se poi trovi un sindaco che dimostra una buona dose di cultura generale, ha svolto ruoli politici nazionali di rilievo, è stato dirigente del Ministero delle Politiche Agricole, occupandosi di promozione dell'agroalimentare italiano anche in ambiti internazionali… se poi quel sindaco possiede pure un bel carattere gioviale, insomma è simpatico… se poi riscontri che è davvero innamorato della propria terra… ebbene, debbo confessarvi che la mia visita a Summonte ebbe del sublime. Anche per il cibo: si mangia parecchio bene da quelle parti. Pasquale Giuditta è stato il Sindaco di Summonte, oltre ad aver fatto il Deputato e tutto il resto di cui ho detto qualche riga fa. Mi ha colpito fin dal primo incontro, e poi ci siamo rivisti e risentiti diverse volte. Si è creato un feeling naturale tra noi… e stima reciproca. Ora ha deciso di raccontarci, oltre che del proprio territorio, un po' di faccende sue. Ha fatto bene. Chi si è speso per il bene comune deve diffondere la sua storia e la propria visione. Abbiamo sempre più bisogno di contaminazioni positive… e Pasquale dovete prenderlo come un ottimo contaminatore. Dunque, lasciamoci contaminare e leggiamo curiosi questo libro. Ben scritto, oltretutto. Oscar Farinetti Scrittore italiano e imprenditore Fondatore della catena EATALY
Galeazzo Sforza, il Dittatore di Milano. Breve vita del duca che pretese il saluto romano dai lombardi
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 216
Questo libro è il frutto della continua ricerca portata avanti dagli autori della ABE sui cronisti che raccontano i fatti da contemporanei. Dopo diverse biografie fiorentine non poteva mancare il seguito alla Casata degli Sforza, originata da un colpo di mano ai danni dei Visconti che trasferirono il patrimonio di famiglia al capostipite Francesco, sposo di Bianca, ultima erede di Milano. Il prologo sulla nonna perugina, Lucia Tarzana da Torgiano; sul padre, Cavaliere alla corte dei Visconti; sulla madre Bianca, l'erede di Milano; sulla sorella Ippolita, sposina del Duca di Calabria, che di ferocia fu maestro; spunta finalmente il nome di Galeazzo, duchino crudele. Con tali premesse, alla morte del padre, Galeazzo si liberò gradualmente della madre, in quegli anni in cui la cometa di Halley, fra sisma e peste, non preannunciava nulla di buono. L'ultimo viaggio a Napoli fu fatale al genitore e provocò l'esilio di Bianca a Cremona, subito dopo il matrimonio con Bona di Savoia, sorella del beato Amedeo e orfanella di quel Ducato. Da qui lo scontro velato con la madre, a colpi di veleni, nell'aria e nella minestra, che videro più volte preoccupata la sorella Ippolita, tornata da Napoli più volte, fino per assisterla in punto di morte. La vecchia Duchessa muore quasi nelle sue braccia: ma fu vero veleno? Fatto è che senza l'ultima dei Visconti i nemici crebbero in casa e anche fuori: la sorella fu quasi espulsa da Napoli con tutta la sua corte milanese al seguito; e i Veneziani si spinsero fino a Bologna, stuzzicati da Zio e Sforza fratello, passati col nemico, in uno scenario di guerre-lampo, dentro e oltre Italia, che portarono alla Battaglia di Negroponte vinta dai Turchi. Nascono, e nel mentre crescono, Giangaleazzo ed Ermes, con Elisabetta presto sposa di Ercole d'Este. Sono eventi che rafforzano il Duca, illuso dai Francesi e pronto a scippare Firenze a Napoli, con la storica sfilata delle carrette milanesi in viaggio verso il Palazzo che fu di Cosimo dei Medici, dove i duchi ebbero ospitalità e meraviglie, percorrendo la Toscana in lungo e in largo. Il Duca, del resto, fu costretto a sfidare lo Zio, passato nelle fila del Marchese, e perciò a ostentare sfarzo a tutti, per poi tornarsene a casa per la via di Lucca, Genova, Castelletto e Pavia. Fu l'occasione per stilare una serie di intrecci sulle Terre faentine, date ai papalini di Sisto, preparando la dote per le nozze della figlia Eleonora con Ercole d'Este, quella dello storico pranzo allietato da musici e teatranti, ma anche lo sposalizio del figlio Giangaleazzo con Isabella di Napoli. L'addio per il cognato Amedeo di Savoia e il sisma, ritornato fra Adda e Ticino, sono il presagio all'orgoglio di chi vorrebbe diventare Re di un reame proprio, quello che trasformò subito il Duca in Duce, con l'avallo dell'Imperatore e tanto di saluto romano. Il gioco fu però scoperto da frà Pietro da Roma. Da qui l'incubo del veleno, che il Cardinale avrebbe ordinato ai Veneziani, da somministrare al padre padrone di Milano, dopo gli strani matrimoni combinati messi su dalla Duchessa per i figli. Al di là della discussa immunità concessa al segretario Colletta, le nozze di Biancamaria e il rapimento della cognata Duchessa di Savoia, altra verve giunge in casa Sforza, fino alla congiura vera e propria, ordinata dagli ex parenti e che si concluse con il tragico fatto di sangue consumatosi in S.Stefano. Qui il Dux venne assassinato dai Visconti e Giangaleazzo, eletto successore a 8 anni, fu costretto a sposare la cuginetta, orfanella napoletana, dopo la morte di Donna Ippolita, Regina senza corona che lasciò vedovo il crudele Alfonso II. Ma il potere degli Aragonesi di Napoli fu tutto in discesa rispetto ai venti che soffiavano dalla Spagna quando l'erede Giangaleazzo sposò fiero «Isabelletta», ignaro di finire nella trappola dei parenti, divenendo presto prigioniero del Moro in quel di Pavia...
Civitate Frequento. L'episcopio di S. Marciano in Bivino e la contea frequentina di Ecana in Principato di NEa Hea-Apula sulla via Appia di Andria e Canosa
Sabato Cuttrera
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 158
Enigmi di geografia medievale: i segreti di Aeculano e Frequento
La provincia ducale di Civitate Conza: il ducato feudale della Diocesi Conzana suffraganea dell'Arcidiocesi di Urbe Salerno
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 132
In queste pagine così ricche di eventi, l'autore non si smentisce. Egli legge, trascrive e commenta i toponimi originari tratti dalle pergamene di oltre dieci monasteri, accompagnando il lettore nel ragionamento dello studioso incallito. Ed ecco ripresentarsi, una dietro l'altra, le vicende degli eredi del Guiscardo che persero la Puglia e ritornarono nel Cilento, fra i ruderi del diruto Porto sul fiume Malfia dell'antica Hea, dove stabilirono la colonia di Mariani di S. Paolo a Rano di Palinuro, al seguito di s. Andrea di Patrasso, "papa povero" dei martiri greci. Borsa puntava alla capitale bizantina della Torre di Minori, ove condurre quel popolo senza casa nella città che voleva rifondare, Atrani, nel Ducato Heapula, disturbando i progetti della famiglia imperiale dei Magni di Costantinopoli, padroni della Costiera della Scala santa. L'arrivo dei Mariani e la convivenza con culti in opposizione al Papa portò presto allo scontro, allontanando il Pontifex Giovanni, giunto da Bisanzio, in direzione di Sala Consilina, da dove presero a risalire i monti, rifondando Conza e la sua diocesi, sottomessa al Principato. Con "Conza" Arturo Bascetta, da topo di biblioteca qual è, ci consente di accedere a importanti documenti del nostro passato dei quali si sentiva la mancanza. E, nel contempo, le sue ricerche sono una vera e propria miniera di notizie indirizzate alla conoscenza e alla comprensione dei nodi più complessi della vicenda umana e politica della verde Irpinia. I Duchi guiscardiani, padre Rogero e figlio Viscardo, furono pronti a riorganizzare tutto in forma autonoma, liberandosi presto anche del viceré della Langobardia Minor, Ruggero I Altavilla, dopo il fallimento del Regno d'Italia del ribelle Re Corrado di Pavia. A Borsa, sloggiato il Doge, non restò che spostarsi di qualche metro, da Maiori a s. Lorenzo, e rifondare la nuova Amalfi su suolo cattolico per fare un favore al Papa, ottenendo in cambio il Principato di Aversa che tenne in associazione al figlio. Nasceva l'era della «Post Recuperazione» di cui parlano le pergamene per riannettere ad una sola urbe cattolica, Nova Amalfi, sia le chiese greche che quelle bizantine. Fu così che Borsa si riprese dagli Altavilla e dai Sanseverino tutti i feudi strappati al Papa in nome dell'Imperatore, facendo tornare dalla sua parte sia il nuovo Principato neaheapolitano di Sala col Ducato vecchio sul fiume Malfia del Cilento, sia quello di «Nova» di rito evangelico che egli stesso aveva fondato in Atrani, corrodendo l'orto Santo appartenuto ai Magni. Ma questo accadrà solo quando Borsa sarà assassinato perché s'era messo in testa di fare il vicario di Dio, in un regno che sarà solo del figlio dell'uomo che lui aveva ucciso: Ruggero II Altavilla. Questo succoso libretto analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale, quando padrone del feudo era un solo signore che darà origine alla lunga dinastia dei Gesualdo e della loro Contea. I vari Conti e nobili che si susseguirono in questa parte del Principato di Salerno, poi assoggettata ad Avellino, daranno vita a un vivace territorio di cui sono stati riassunti luoghi, mestieri e abitanti, nonché chiese, preti e benefici, della università comunale. Sono le vicende storiche della grande Diocesi conzana dei Salernitani che diede vita all'attuale Conza della Campania. Arturo Bascetta, con questa sua opera, dà legittimazione e validità storica alla realtà di allora. Una ricerca, quella del Nostro, che ci fornisce una conoscenza, diretta e più vera, di momenti della storia irpina, non sempre esplorati con sistematicità e metodologie aggiornate e accurate.
Abecedari di Brindisi Carovigno. Terra d'Otranto: toponomastica e genealogia tratta dai Catasti Onciari e dall'abecedario di storia fin da Tancredi di Lecce
Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 180
Centinaia e centinaia di cognomi, di famiglie, di luoghi e, si può dire, di fatti, sono contenuti in questo testo dedicato alla ex provincia di Terra d'Otranto, e in particolare al Comune di Carovigno, oggi in provincia di Brindisi. Il testo parte da Re Ruggero, il conquistatore di tutto, tranne che di Lecce, che resta con Benevento. Poi arriva Re Guglielmo II e scippa le Terre pagane e bizantine di questa Calabria salentina e nasce una Diocesi anche a Ostuni, proprio quando Re Malo e Re Buono decidono di fare guerra ai Loritello di Puglia. La storia dei Guglielmo Altavilla si complica, quando diventano quattro, ma Lecce ha un solo nemico: Re Guglielmo II Buono che si schiera contro Re Tancredi, quando Accardo ha già fondato S.Giovanni. E' però Tancredi fu Duca Rogero III (fu Re Ruggero II) che da Conte di Lecce ebbe la meglio e divenne Re nel 1190, allorquando sposa Sibilla sorella di Riccardo d'Acerra dei D'Aquino-Medania, subendo la ribellione di Aprutino e Bertoldo, schieratisi dalla parte di Enrico Imperatore, marito di Costanza d'Altavilla, pomo della discordia, fatta prigioniera a Salerno. Ma l'ex Conte di Lecce conquista Terre e fiducia: Tancredi vince così Enrico a Napoli, il Ruggieri sposa Irene, Albiria va al Brienne, l'Imperatrice Costanza viene liberata dalla prigionia, quando Ruggiero di Avellino va a Salerno e Margaritone punta sui Pisani a Castellammare. La morte di Re Tancredi, che lascia Guglielmo III senza corona e la Regina Sibilla vedova, richiama l'attenzione dei Templari che riportano l'Imperatore nel Regno. L'invasione di Enrico VI è ormai imminente quando anche gli imperiali sono alle porte e prendono Napoli, Salerno e la Sicilia, mentre i reali fuggono nel castello di Caltabellotta, subendo il tranello dell'accordo in cambio di Lecce. Costanza, reggente dell'Imperatore, rinnega Lecce a Regina vedova Sibilla spodestata. Lecce passa al Biccari, Taranto sta con Margaritone, ma viene castrato e Re Guglielmo il piccolo castrato, dopo aver subito la prigionia in Germania. L'Imperatore muore, lo stato è invaso dal papa, che regge le sorti dell'erede Svevo, Federico II, e fa tornare i Tancredini a Lecce, sebbene sia stato tutto sequestrato e la provincia papalina: da Lecce a Carovigno è Giustiziario Idronti, assegnato al magistro di Ostuni, per poi essere riassorbita da Napoli, con la rinascita della Contea a Lecce, poi scelta da Re Roberto d'Angiò, quando è Mesagne che accorpa Carovigno e Lecce torna ai d'Enghien. Sotto gli Angioni spuntano gli Statuti a Carovigno, feudo di Orsini dato ai de Foix e avviene l'assoggettamento alle Terre di Bari, con i Loffreda fondatori di S.Maria Belvedere donata al vescovo di Ostuni. Stavolta è Carovigno che ripopola Brindisi, ma la confisca di Ferrante porta l'Idronti con le Terre di Bari ai Loffredo, nonostante l'invasione dei Turchi che nel 1561 sono fatti prigionieri dai Carovignesi Brindisini. Da qui lo sbarco di Veneziani e Genovesi nel Principato e Marchesato venduti a S.Vito e a seguire la sfilza dei feudatari che diede vita al feudo principale di Carovigno con migliaia di nomi di nuovi coloni e contadini, tutti elencati in questo fantastico viaggio nella Terra d'Otrano.
Guappi di cartone dal teatro alla tv, storia della sceneggiata: 1840-1980
Antonio Sciotti
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 200
Dalle origini ottocentesche, si passa all'evoluzione e alla maturità di struttura della sceneggiata degli anni '20 e '30 e alla stabilità degli anni '50. Poi, dopo un periodo d'indifferenza e di declino, si registra il prepotente ritorno negli anni '70. Infatti, con la crisi del teatro d'arte, la sceneggiata diventa l'unica forma teatrale napoletana ben rappresentata. Ne è esempio proprio l'anno 1970, dove il cinema domina nelle sale di quelli che oggi sono i teatri Bellini, Augusteo, Diana, Sannazaro, Acacia, Cilea. Per gli amanti del teatro classico, la scelta degli spettatori si riduce ai soli sopravvissuti teatri San Ferdinando e Politeama. Come contropartita, funzionano alla grande i botteghini dei teatri Duemila, La Perla, Italia, Ausonia, Splendore e Bracco, dove è rappresentata la sceneggiata. A questi, l'alternativa per il pubblico si riduce alle piccole sale dove si ascolta la musica e il cabaret, come i teatri Orione, Esse, La Porta Infame, Cantuccio, Margherita. Partendo proprio dal 1970, la sceneggiata domina e varca pure i confini regionali e nazionali e anche quelli internazionali, approdando oltre oceano dove alcune compagnie quali quelle di Mario Merola e Mario Da Vinci diventano assai popolari, almeno nelle colonie italiane sparse nel mondo. Questo nuovo boom è legato soprattutto alla popolarità dei protagonisti e al loro indiscusso talento, più che al successo della canzone. In questo caso, la definizione di sceneggiata viene distorta, perché ora non è più la canzone di successo che lancia la sceneggiata, bensì è la stessa sceneggiata che fa conoscere la canzone dalla quale è tratta la trama. Infatti, molte canzoni degli anni '70 possiedono una popolarità che è limitata al vicolo e vengono conosciute da una platea nazionale proprio in virtù degli incassi della sceneggiata. Spesso la televisione ospita i beniamini, i quali non propongono la canzone il cui successo è limitato e circoscritto, bensì un quadretto recitato con altri artisti della compagnia tratto proprio dalla sceneggiata che termina con la canzone identità. Ecco che Mario Da Vinci, per interpretare Montevergine (Mamma Schiavona) nella popolare trasmissione Domenica in, è accompagnato da suo figlio Sal e da un nutrito gruppo di attori della sua compagnia che inscenano il disperato pellegrinaggio alla Madonna. Il declino della sceneggiata, che avviene nella prima metà degli anni '80, non è attribuibile alla critica e alla stampa che hanno sempre alzato un muro e una forma di ostracismo assai discutibile verso questa forma d'arte, ma agli stessi beniamini che passano ad altri palcoscenici, in particolare al cinema come nei casi di Nino D'Angelo, Carmelo Zappulla e Sal Da Vinci, e anche ad un cambiamento del repertorio musicale con canzoni che cantano l'amore e che non possono più offrire alcuna trama da sceneggiare.
Atti di notai sui Torrioni del Sannio: i paesi della Montagna del Sant'Angelo di Benevento (da S.Angelo a Capolo e Mancusi a Petruro e Chianche e paesi del Beneventano e dell'Irpinia Avellinese)
Sabato Cuttrera
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 188
Questo nuovo filone di studi storiografici riguarda i cognomi e le chiese della ex Montagna di Benevento, ossia degli ex Casali del Ducato della Civitate Beneventana, a cominciare dalle parrocchie dei Torrioni di S.Angelo e di San Michele Arcangelo, quelli con la nomina del cui rettore sottoposta all'approvazione ora del Papa di Roma, ora del Re di Napoli. Tutto nasce dalla ricerca fatta a più livelli, presso l'Archivio di Stato di Napoli, per conoscere i nomi dei Torrionesi e la vita che menavano nel 1700, e presso l'Archivio di Stato di Avellino e Benevento, per dare un seguito a quelle famiglie oggetto di studio. Ciò è stato possibile grazie al confronto diretto con le fonti, cioè con quei nomi contenuti nei diversi catasti originali redatti a cavallo dei due secoli, e con un successivo passaggio di confronto con uno studio sulle famiglie. A essi si sono aggiunti altri documenti, frutto di una lettura attenta e scrupolosa, cominciata sui notai, i quali annotavano matrimoni, testamenti, vendite e permute riguardanti i torrionesi e gli abitanti dei paesi limitrofi, da S.Angelo a Cupolo a Toccanisi (Bn). Nuove e utili notizie che porteranno ad uno studio sempre più approfondito sui Torrioni della Montagna del S. Angelo di Benevento. Il primo di quei feudi fu quello appartenuto al Signor Camillo Caracciolo, poi divenuto comune di Torrioni (Av).
Maria d'Ungheria: Maria degli Arpád-Házi, donna regina e le chiese napoletane del Trecento. Volume Vol. 2
Sabato Cuttrera
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 132
In questa seconda parte dedicata alla Regina Maria d'Ungheria si affronta fin da subito la fine di un sogno, quello reale, e l'inizio della decadenza, quella inaspettata. È la casualità delle cose che manda a monte il progetto degli Angioini sui troni d'Europa, l'evoluzione rinascimentale, per tornare alla radice religiosa, ma dei fraticelli del Trecento. È così che la Regina diventa vedova di Carlo II, e da subito sirocchia, cedendo il posto alla nuora, Sancia di Maiorca, sposa dell'erede Re Roberto, sempre più indebolito dalle infiltrazioni dei Catalani in tutto il reame. Preoccupazioni e piaghe si moltiplicano e la morte del bellissimo figlio Piero, perito nella storica Battaglia di Montecatini, segna l'inizio della fine di un sogno prestigioso. È il dolore che prende il sopravvento sulla politica di espansione, quello che trascina la stessa famiglia reale nel vortice aragonese e alla fine getta le armi per un riavvicinamento dei congiunti, vicini e lontani, e dell'Isola di Sicilia, a cui spetta il trono palermitano di Sicilia Citra. Cronisti e storici afferrano al volo il personaggio e la Regina, da sciamana, diventa quasi monaca: ora costruisce chiese latine, fonda conventi di monache, favorisce ordini religiosi diversi. E i diari lasciano il posto alla forma letteraria, affinché a brillare sia la tragedia, il canto greco degli anni giovanili, il lamento per la morte del bellissimo Piero che diventa costruzione, studio, poesia. La Regina è nuda, piange e si dispera, poi di scatto si riprende e costruisce chiese, favorisce i francescani e le donne monache. Lascia per se stessa soltanto un angolo nella chiesa di Donna Regina, dove innalzare il suo sepolcro, unico trofeo dell'invincibile battaglia contro la morte. Il suo testamento, come quello del fu marito a favore di Re Roberto, è l'albero della vita: dona tutto a tutti ancora in vita, dalle principesse ai servi: anelli e collane di perle, terre ricche e paludi sconosciute diventano il suo orgoglio testamentale. L'incontro con i parenti-nemici siciliani, l'invocazione alla pace, la restituzione del Patrimonio di S.Pietro al Papa fanno da cornice a una scuola religiosa che si impone sulla scena e frena il pre-Rinascimento, schierando dalla sua parte una miriade di chiese che dettano legge al popolo. Il bisogno del potere, che la portò a essere genitrice di 14 figli, si tramuta nell'amore di genitrice di tanti figli, nati chi alla corte di Nocera a S.Giovanni, chi a Rocca Baio di Partenope. È una storia di santi e di principi, di dame e cavalieri: la vera eredità quando il lutto prende il sopravvento. È il viaggio infinito della lunga vita reale di «Donna Regina»: Maria è la mamma di tutti i Napoletani, dei Pugliesi e degli Ungheresi che la generarono, ma anche dei Siciliani. Il Vespro, la setta dei Flagellanti che penetra a Palazzo, le reliquie del figlio che diventa Santo a Marsiglia, l'educazione di corte impartita ai nipoti e ai principi di mezza Italia si sgretolano, nelle ultime pagine di questa pimpante biografia regale. Obiettivo finale della Regina di Napoli è lasciare ai vivi chiese-scuola per insegnare ai paggi che esiste un mondo diverso da quello del lusso: la preghiera. Da qui la necessità di assicurare un futuro ai Templari, a S.Maria Egiziaca, alla Maddalena, alla Casa dell'Annunziata AGP, e a San Martino. Ecco l'ultima ambizione di una sovrana. Arturo Bascetta

